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Scuola e Spettro Autistico: non sbagliati, differenti!

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Questo racconto vorrei che arrivasse a insegnanti, maestri e a tutti coloro che devono guidarci. Non sempre un punto di vista differente è SBAGLIATO, guardiamo la persona che abbiamo davanti, proviamo a comprenderla e a domandarci perché pensa diversamente da noi. Forse potremmo trovarci davanti a un concetto nuovo: “non sbagliato, DIFFERENTE".

bambina a scuola disegna con pastelli


Sono sempre stata definita “una bambina molto timida, molto introversa” che interagiva difficilmente coi compagni, che aveva la testa “tra le nuvole”.
Il mio percorso scolastico è stato faticoso, soprattutto dal punto di vista umano, alla fine sono riuscita ad attraversarlo, seppur con la fatica di chi corre la Maratona di New York senza alcun allenamento.

Ero una bambina goffa, impacciata, una di quelle con la tipica leggiadria di un elefante in un negozio di cristalli, potete quindi immaginare cosa rappresentassero per me le ore di ginnastica, di gioco fisico e di ricreazione attiva.
Credo di non essere mai stata ripresa perché parlassi durante le ore di lezione, infatti non spiccicavo una parola a causa del mutismo selettivo, interrogazioni a parte, e tutto questo mi aveva reso oggetto di atti di bullismo da parte dei compagni, tra cui, il più gettonato, derubarmi degli oggetti che amavo di più.
Non potevano certo mancare le prese in giro e il conseguente isolamento che con gli anni crebbe sempre di più, fino a diventare totale alle superiori e nell’adolescenza.

Per me i momenti di ricreazione erano un tormento, non sapevo dove andare, con chi andare, cosa fare, mi vergognavo a mangiare davanti a tutti ed a interagire così preferivo restare al banco a raccontare quello che mi passava per la testa attraverso fogli bianchi, matite e colori. Quando la pausa si svolgeva in cortile non avevo scampo e dovevo far parte del gruppo, gli altri bambini si arrampicavano ovunque con estrema nonchalance, correvano, giocavano, mentre io, essendo disprattica, dovevo concentrarmi anche solo per non cadere dalle scale.

 

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Non era facile neppure svolgere la normale routine scolastica. Andare alla lavagna era uno dei miei incubi peggiori, sentivo gli sguardi dei compagni bruciarmi sulla pelle, come se venissi trafitta dai loro occhi e questo mi rendeva ancora più emotiva e impacciata. Il risultato era un color fucsia catarifrangente in volto, i gesti che diventavano buffi e un’inevitabile ilarità degli altri bambini/ragazzi.

Neppure i rapporti con gli insegnanti furono semplici. Il mio atteggiamento veniva giudicato “debole”, privo di importanza, poco consono al buon andamento della classe e spesso erano loro stessi a isolarmi dagli altri bambini, a non considerarmi, a non coinvolgermi con delicatezza e a volte anche a prendersi gioco di me.
Neppure il mio punto di vista differente veniva valorizzato. Faticavo a comprendere la logica di insegnamento classica di alcune materie e ricercavo nuove vie per uscirne fuori, per svolgere problemi, temi, disegni, con un risultato comunque ottimale. La reazione però era spesso di sdegno, di segni rossi a penna e, a volte, umiliazione, con il risultato di mandare il mio cervello in fumo per potermi adeguare e non rimediare brutti voti.
Man mano sentii la loro ombra pesante sui miei interessi speciali, sui miei talenti. Quella mia identità frammentaria e quella mia poca autostima vennero sempre più calpestate. Questo sicuramente mi precluse tante strade, mi fece rincorrere fantasie e buio per molto tempo.

Ci sono voluti molti, troppi, anni e la diagnosi per ritrovare quegli interessi, quello sguardo differente e più autostima.